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“Il segreto di Vicolo delle Belle” Marika Campeti


 

 

Marika CampetiIl 29 marzo alle ore 17:00 presso l’Aula Consiliare si terrà la conferenza di presentazione del libro “Il segreto di Vicolo delle Belle” alla presenza dell’autrice Marika Campeti, dell’Assessore alla Cultura Eleno Mattei e del Sindaco Ottorino Ferilli.

“Il segreto di Vicolo delle Belle” ci guida in un viaggio nella medina di Tangeri dove Sarah, una ragazza in fuga dal passato, cerca di guarire le ferite dell'anima intrecciando una relazione con Hossam: un misterioso tessitore di tappeti che le farà vivere i preparativi del matrimonio berbero, travolgendola in una passione accecante. Ma la malattia di sua nonna Sofia richiamerà Sarah in Italia, e la metterà sulle tracce di un doloroso segreto celato tra i vicoli antichi della città di Terracina. È proprio lì che andrà, per scoprire la verità sul passato della nonna, respirando il polveroso odore di un segreto impronunciabile. Il 4 settembre 1943 la città di Terracina veniva attaccata dal cielo: sotto i bombardamenti i destini di due donne si intrecceranno per sempre. È Nina a lasciare le tracce di un peccato inconfessabile: una donna nascosta tra le alte scale di Vicolo delle Belle, che tesse senza pietà il destino delle generazioni future.

Biografia dell’Autrice

Marika Campeti nasce a Roma nel 1979 e si laurea nel 2002 in Arti e Scienze dello Spettacolo. Attualmente si occupa di comunicazione sanitaria per la Asl Roma 4, dove lavora dal 2008.

Da “Il segreto del vicolo delle belle”:

Il racconto del bombardamento del 4 settembre 1943 a Terracina

Il 4 settembre del 1943 era sabato. Il giorno prima a Cassibile il generale Castellano aveva firmato l’armistizio, la seconda guerra mondiale era ufficialmente finita. Ma la comunicazione ufficiale arrivò solo l’8 settembre, dalla voce del generale Badoglio stesso, e nel frattempo le forze alleate ci bombardarono. Dicevo, era sabato e io avevo aperto l’edicola di famiglia sul corso Anita Garibaldi. A

Terracina la guerra sembrava non essere arrivata. Il pane era razionato sì, ma il cibo c’era, perché la nostra è stata sempre una terra fertile e ricca, e a quell’epoca la nostra città viveva anche un felice momento di turismo. Quel pomeriggio avevo dimenticato un sacco di iuta con dei giornali dietro la porta di casa. Dovevo tornare a prenderli per esporli, ma avrei dovuto chiudere l’edicola e tornare indietro, senza poter correre a causa della mia malattia. Ho rinunciato, un po’ per pigrizia un po’ perché verso le cinque sarebbe passata mia moglie che tornava dai vigneti e le avevo promesso di leggere qualcosa a lei e al bambino. Perciò guardai l’orologio, erano le 16 e 05 e mi misi a cercare un libro che stavamo leggendo insieme. Dopo un po’ sentii un rumore provenire dal cielo. Alcuni caccia di perlustrazione stavano sorvolando la città. Dal corso non potevo vederli ma poi mi raccontarono che dei bombardieri sbucarono da monte Giove con i loro carichi di morte. Volavano bassi, e mitragliarono prima di lanciare bombe incendiarie. Le due formazioni di aerei arrivate sul mare si divisero e formarono un cerchio sul cielo di Terracina. L’asse di bombardamento era l’abitato esteso da est a ovest lungo la via Appia. Gli aerei erano 28, Boeing Flying Fortress, Consolided Jb Liberator e quattro Caccia partiti dalla Tunisia e dalla Sicilia. Il primo attacco è durato 4 minuti. Dopo 5 minuti è arrivato il secondo squadrone. La Marina fu pesantemente bombardata. A quell’ora del pomeriggio la città era gremita di carretti che tornavano dalle campagne, e di ragazzi e bambini in bicicletta. Era caldo e tanti andavano in spiaggia a farsi il bagno. Ho creduto che fosse davvero arrivata la mia ora. Mi sono rifugiato sotto il tavolo colmo di giornali e mentre il rombare degli aerei mi sovrastava e le esplosioni squarciavano le mie orecchie pensavo alla mia Santina e al bambino che portava in grembo. Avrei dato la mia vita per poterla avere lì con me in quell’istante e farle scudo con il mio corpo, invece era fuori, sola e indifesa. La peggior cosa di quegli istanti non è stata tanto la paura per me stesso, ma il senso di impotenza. Non riuscivo a muovermi dal mio nascondiglio, e in tutto quel tempo ebbi modo di pensare alle cose peggiori, mi immaginai mia moglie esplodere sotto le bombe e i suoi capelli spargersi sul volto insanguinato inerme, immaginai la mia casa distrutta e la mia solitudine che sarebbe iniziata in quel momento, e pregai di essere colpito anche io. Pensai: “Dio se hai preso lei, prendi anche me, non farmi sopravvivere”. Nessuna esplosione ci fu vicino all’edicola e quando sentii le grida delle persone in strada mi precipitai fuori correndo. Il fiato mi si strozzava in gola e il mio cuore galoppava nel petto, pensai che se non mi aveva colpito una bomba, sarei morto comunque di infarto, ma mi misi a correre. Per la prima volta nella mia vita mi misi a correre. Correndo in discesa verso Porta Romana per uscire da Terracina alta e prendere la strada che portava ai vigneti incontrai molte persone che come me gridavano i nomi dei loro cari a gran voce. I volti erano bianchi dalla paura e alcune persone che correvano in strada erano coperte da capo a piedi di polvere come fantasmi.

Alcuni avevano perduto i vestiti, l’impatto con l’aria li aveva strappati via. Ritrovai mia moglie dopo tre ore di ricerca estenuante in mezzo al terrore totale. Era rannicchiata sotto un carretto che portava la frutta insieme alla sorella minore, e tremava stringendosi la pancia per proteggerla.

 

La Cittadinanza è invitata a partecipare.



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