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Presentazione a cura del Maestro Romano Zozzi

Introduzione del Maestro Romano Zozzi

Parlare della mia attività di Maestro mi entusiasma particolarmente. Lo scopo principale è aiutare i giovani a sviluppare una personalità ricca di virtù, educare la loro intelligenza alla Ricerca della virtù, alla conquista del vero, sollecitare la loro volontà al bene.

Sono entusiasta di trasmettere ai giovani i valori in cui credo, soprattutto il rispetto (la ricerca dei valori).

Quali valori?

1. Rettitudine
2. Onestà
3. Lealtà
4. Fermezza
5. Bisogno di migliorare le qualità umane
6. Conquista della propria identità irreprensibile, se stimolata da un profondo rispetto della responsabilità individuale.


Cerco di applicare queste regole io per primo per poi ripeterle ai miei allievi, attraverso il mio inserimento, al quale dedico la vita.

Il mio primo obiettivo, ripeto, è condurre i giovani al raggiungimento di una personalità ricca di virtù, anche perché il compito del Maestro si esprime in una modalità di essere che affascina: colma di passione per le anime e abituata al dominio interiore, raggiunto grazie alla forte disciplina del lavoro mentale e materiale; serena e forte in tutte le situazioni, tenace nel superare le difficoltà, pronta al sacrificio, a dare se stessa, dimenticandosi di sé, e sempre protesa a servire gli altri con l’energia di una giovinezza che si rinnova perennemente. Un autentico impegno del Maestro, infatti, non può prescindere da un vero amore e da un sincero interesse per l’uomo, tesi a coglierne le infinite sfumature, attraverso le quali egli si rivela.

Accademia delle Discipline Orientali GOLDEN DRAGON La Scuola dei Cinque Animali

La mia esperienza da Allievo, Maestro e Caposcuola.

Trovai la vita percorrendo la via della saggezza, dell’amore, dell’umiltà. Un giorno ti accorgerai di essere arrivato al sentiero dell’ultimo Guerriero e lì troverai te stesso. Così come la notte si muta in giorno e il giorno in notte, così muterà il tuo spirito guerriero. Non lasciarti trasportare dal tuo stato d’animo, ma sii tu a decidere il tuo modo di pensare, vivere, agire e vincere, altrimenti diventerai come l’uomo che urla nel deserto.

Iniziai la pratica delle arti marziali nell’anno 1977. Avevo soltanto sei anni quando mio cugino Giorgio Rosati vinse il Campionato Italiano di Karate. Tutto il paese era entusiasta della sua vittoria, così mio cugino decise di aprire un corso di Karate. All’epoca, nel nostro paese, le arti marziali (Karate e Kung-fu) erano quasi sconosciute, considerate misteriose, tanto che molte persone non sapevano nemmeno che esistessero. Una volta iniziato il corso, eravamo in molti a frequentare, chi per curiosità, chi perché ne aveva sentito parlare. Naturalmente i primi mesi furono dedicati alla preparazione fisica, così da entrare in armonia con questa arte. Durante questo periodo di preparazione molti rinunciarono, avendo preso la cosa alla leggera, probabilmente pensando che le arti marziali fossero un gioco o un passatempo come il gioco delle carte. In seguito, iniziammo il vero allenamento che consisteva nell’apprendimento del Karate, con la pratica dei kata, che sono dei veri e propri combattimenti immaginari; poi continuammo con l’impostazione “mentale marziale”. Passarono quattro anni e rimanemmo veramente in pochi. Il mio maestro, a malincuore, decise allora di chiudere il corso ma non prima di averci spiegato le ragioni della sua scelta. Personalmente, ne fui molto dispiaciuto: ero rimasto senza maestro. Io comunque non mi arresi. Continuai ad allenarmi per conto mio, ma non avendo più una guida esperta, mi limitai a perfezionare ciò che avevo imparato in quei quattro magnifici anni di allenamento, integrandolo con quello che riuscivo ad apprendere dai vari libri che mi procuravo nelle bancarelle delle feste del paese.

Il tempo passò e raggiunsi i tredici anni. La mia giovinezza e la grande voglia di imparare contribuivano a tenermi in ansia, così finii per trascurare gli interessi tipici della vita di un ragazzo della mia età. Il mio pensiero fisso era trovare un nuovo Maestro che mi guidasse, che mi permettesse di raggiungere lo scopo della mia vita: diventare io stesso un Maestro di arti marziali. Purtroppo, però, in zona non vi erano palestre che potessero soddisfare le mie esigenze. Un giorno mio padre mi portò a lavoro con lui a Roma. Di fronte al suo ufficio c’era un negozio di articoli orientali. Mi fermai a osservare gli oggetti esposti in vetrina e mi colpì la vista di strane spade. Entrai e chiesi al titolare del negozio che tipo di spade fossero ed egli gentilmente mi spiegò che si trattava di spade cinesi, utilizzate nella pratica del Kung-fu. Il titolare del negozio si presentò, dicendomi di chiamarsi “Goo Feng”.

Iniziammo a parlare e mi chiese come mai fossi così interessato a quelle spade. Risposi di essere un appassionato di arti marziali e gli raccontai di aver perso un maestro. Mi lasciò parlare, forse perché si accorse di quanto mi avesse ferito aver dovuto abbandonare la mia passione, a causa della mancanza di una guida. A quel punto l’uomo chiese: “Sei in cerca di un maestro? Lo hai trovato! C’è solo un problema: io posso insegnarti il Kung-fu”. Udii quelle parole come fossero musica venuta dal cielo. Non esitai a dirgli di sì. Ero al settimo cielo, il mio sogno si era avverato: un maestro orientale tutto per me. Quando lo dissi a mio padre, egli purtroppo si oppose, dicendomi che era ora che cominciassi a impegnarmi di più nello studio. Mi deluse quella risposta. Imparare le arti marziali era in quel momento la cosa che desideravo di più al mondo, persino più del divertimento. Quando mio padre notò il mio triste stato d’animo, si rese conto di quanto il mio interesse fosse profondo. Mi diede allora il permesso, dopo avermi fatto promettere di non trascurare gli studi. Telefonai subito al sig. Goo Feng (il mio Maestro) dicendogli che avevo avuto il consenso da mio padre. Fissammo i giorni di allenamento e iniziai l’esperienza che mi avrebbe avvicinato all’arte cinese del Kung-fu, praticando uno stile molto particolare, diffuso in Cina, e seguito in vari modi, secondo la scuola. Il tipo di Kung-fu che il maestro praticava era lo stile degli animali.

All’inizio non fu facile per me, che ero impostato sullo stile del Karate wado ryu, entrare nella nuova filosofia fisica e dinamica di questo stile originario della Cina, ma il tempo e tanta buona volontà mi permisero di riuscirci. Iniziai ad amare e apprezzare questa magnifica arte e filosofia di vita. Giorno dopo giorno imparavo nuove cose, la mia voglia di apprendere non aveva fine. Entrai in perfetta sintonia con l’arte e soprattutto con il mio nuovo Maestro, ma purtroppo tralasciai tutto ciò che non fosse arte marziale. Ricordo che il maestro fosse solito dirmi: “La tua impazienza è paragonabile a una scimmia dispettosa che salta di ramo in ramo; apri gli occhi del cuore e la tua vita sarà più facile da percorrere; sii paziente come l’acqua che segue il bacino per congiungersi al mare, allo stesso modo troverai il tuo ego”. Spesso le frasi del maestro mi apparivano strane e impiegavo giorni a capire il significato di quello che voleva trasmettermi, ma che io ricordi, non si è mai sbagliato sui consigli che mi dava.

Passammo insieme cinque bellissimi anni che segnarono la mia vita. Erano nati tra noi un rispetto reciproco e una solida amicizia. Molte domeniche andavamo ad allenarci all’aperto, al mare, in montagna, vicino a corsi d’acqua, conoscendo dei luoghi magnifici. Spesso mi ripeteva di fare tesoro dei suoi insegnamenti perché quando egli fosse partito per il lungo viaggio, sarei stato io a dover continuare a trasmettere il nostro messaggio, a diffondere la sua conoscenza, a insegnare ai miei allievi come vivere una vita degna di essere vissuta e a guidare il prossimo con gli occhi del cuore. Mi diceva: “Come la tigre veglia sui suoi cuccioli, tu conserva nel tuo cuore i miei insegnamenti cosicché un domani possa crescere in te la conoscenza della vita. Passerai momenti terribili, ti sentirai solo e smarrito, sentirai il peso di questo mondo sulle tue spalle. Non arrenderti, tira fuori gli artigli, combatti fino alla morte se necessario e vedrai che uscirai vincitore dalla battaglia. Ricorda, dopo la tempesta esce sempre il sole”. Mi diede molti consigli da seguire, preannunciandomi che se avessi seguito quel modo di vivere, avrei vissuto piacevolmente la vita, ma che se non lo avessi fatto si sarebbe tramutata in un inferno pieno di dispiaceri, paure e angosce. In pratica avrei sprecato la mia vita.

Intanto il tempo passava inesorabile, la mia conoscenza delle arti marziali cresceva giorno dopo giorno e sentivo il mio carattere e il mio spirito fondersi con il corpo. L’arte, il mio maestro e i miei sacrifici mi avevano ricompensato, facendo di me, all’età di diciotto anni, un buon artista marziale e una persona pronta a tutto. Mi avevano dato un cuore buono nel momento in cui fosse necessario esserlo e gli artigli di un drago per quando ne avessi avuto bisogno. Un giorno accadde ciò che non avrei mai voluto che accadesse, o perlomeno il più lontano possibile. Arrivato, come era mio solito, a casa del maestro, mi fu data la triste notizia: “Il maestro è morto in un brutto incidente stradale”. Rimasi attonito. Rimasi per ore davanti alla sua foto, piangendo come un bambino. Non riuscivo ad accettare che una persona così piena di vita, nonostante l’età avanzata, se ne fosse andata in quel modo assurdo, indegno per una persona eccezionale come il mio maestro. Correva l’anno 1989 quando rimasi di nuovo senza una guida che fino ad allora, nonostante rimproveri, duro lavoro e sacrifici, mi aveva donato insegnamenti, filosofie di vita e, cosa più importante, parte di se stesso. Per molti mesi smisi di allenarmi, persi la fiducia in me stesso e iniziai a trascurare la mia persona, a bere, a penalizzare la mia salute rientrando a notte fonda. In una delle tante travagliate notti sognai il mio maestro.

Il sogno sembrava talmente reale da farmi credere che fossi sveglio. La sua voce mi sibilò: “Questo è quello che ti avevo insegnato? Così mi dimostri che il tempo trascorso insieme a te l’ho speso invano. Hai già dimenticato quello che ti ho trasmesso in questi anni? È il momento di tirare fuori gli artigli del drago. Resuscita dalle tenebre, inizia a elaborare il tuo stile personale e continuerai a diffondere il mio messaggio. Io sarò con te e quando toccherai il fondo sarò lì a tenderti la mano. Veglierò su di te dall’alto, non sarai mai solo!”.

Quelle parole furono dirompenti al punto di cambiarmi completamente. Iniziai a elaborare il mio stile personale che andava dalle forme di esecuzione delle tecniche allo stile di combattimento. Arrivò il momento di partire per il servizio militare. Non mi impedì di allenarmi perché, quando la sera avevamo la libera uscita, io e altri militari della camerata ci ritrovavamo nella palestra della caserma per allenarci insieme. Oltre a semplici militari come noi, si aggiunsero anche degli ufficiali, cosicché dopo una settimana raggiungemmo le venti persone dalle sette che eravamo.

La storia tra me ed Emidio

All’età di diciannove anni seppi che un ragazzo di Roma avrebbe aperto una palestra di arti marziali nel mio paese, così mi decisi ad andare a vedere di cosa si trattasse. Entrando nel Dojo, notai un ragazzo arrampicato su una scala, intento a dipingere le pareti della stanza. Accortosi della mia presenza, mi salutò e mi chiese che cosa potesse fare per me. Gli risposi che cercavo informazioni sullo stile praticato in quella scuola ed egli gentilmente mi spiegò che praticava uno stile molto antico, basato sul comportamento degli animali, chiamato “Karate Okinawa”. Lo ringraziai delle spiegazioni e della cortesia, dicendogli che ci avrei pensato su prima di decidere. Riflettei e capii che fosse il caso di tentare, anche perché quella persona tanto gentile e umile mi ricordava il mio maestro che avevo perso poco tempo prima. Mi recai in palestra e dissi che avevo intenzione di iniziare il corso. Il maestro mi diede il benvenuto e disse di chiamarsi Milletti Emidio e di essere caposcuola e mio maestro, e con il tempo sicuramente amico.

Iniziai quel nuovo stile simile al mio. Il maestro era molto bravo, nonostante la giovane età, e quando durante la lezione spiegava le varie tecniche con degli esempi mi rammentava sempre più il mio maestro. Tra di noi nacque una forte amicizia fin da subito. Un giorno, in palestra, mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare con lui in Giappone per un corso di aggiornamento. Avrei desiderato unirmi a lui in questo viaggio ma il servizio militare mi impediva di farlo. Avrei aspettato il suo ritorno con impazienza, curioso di ascoltare i suoi racconti. Nel frattempo, continuai ad allenarmi in palestra con gli altri ragazzi del corso. Vista l’assenza del maestro, la lezione veniva svolta da un istruttore che si chiamava Riccardo, anche lui di Roma, molto preparato ma non al pari del maestro. Finalmente il maestro tornò, si scusò per la lunga assenza e ricominciammo le lezioni con uno spirito diverso. Ci raccontò la sua meravigliosa esperienza nei minimi dettagli tanto che immaginai di essere stato con lui in quei momenti. Nell’arco di un mese eravamo diventati come fratelli. Andai persino a lavorare con lui in una fabbrica di tende da sole. Stavamo dalla mattina alla sera insieme, tanto da diventare l’incubo della moglie: stava più con me che con lei. Ci allenavamo tutti i giorni e passavamo la domenica a casa sua a fare progetti per il futuro, per migliorare la scuola. Arrivammo a tenere tre corsi aperti in varie palestre, eppure ancora troppo pochi per la nostra voglia di insegnare e di far crescere la scuola. Si stava avvicinando l’estate e il mio maestro un giorno mi disse: “Visto che hai finito di fare il militare, che ne pensi di risparmiare dei soldi così ce ne torniamo in Giappone insieme?”. Non ci pensai su neanche un secondo e accettai. Raggiungere l’Oriente era il sogno della mia vita.

Attesi trepidante la partenza per il Giappone; non stavo nella pelle al pensiero di atterrare nella patria delle arti marziali e di allenarmi con dei maestri giapponesi. Arrivò il grande giorno. Il mio entusiasmo era alle stelle. Non vedevo l’ora di salire sul volo che mi avrebbe portato nella terra dei miei sogni. Sull’aereo non facemmo altro che parlare di ciò che avremmo fatto una volta arrivati. Il viaggio, durato diciannove ore, aveva come destinazione l’aeroporto di Narita. Da lì con la metro proseguimmo fino a Tokio dove ad attenderci c’erano alcuni amici del maestro. Essendo stato più volte in Giappone, il maestro conosceva molte persone tra le quali personalità abbastanza influenti che ci avrebbero aiutati a raggiungere lo scopo del nostro viaggio, ossia allenarci nelle migliori palestre del Giappone. In due giorni visitammo posti bellissimi, templi antichi, musei, giardini curatissimi ecc. Mi resi conto di quante altre cose meravigliose ci fossero da imparare in quella terra, oltre alle arti marziali, specialmente una cultura misteriosa e affascinante. Il terzo giorno arrivammo in palestra dove avremmo dovuto cominciare il nostro allenamento. Eravamo in tanti e l’idea mi piaceva, ma mi disturbava il modo in cui ci guardavano perché occidentali. Mi rassicurava però la presenza del maestro. In un silenzio totale fece il suo ingresso il gran Maestro.

Ci disponemmo su due file per il saluto, poi per un’ora ci dedicammo al riscaldamento, basato sullo stracin. In seguito, iniziammo l’allenamento vero e proprio, basato soprattutto sul combattimento e lì cominciarono i problemi. Mi divisero dal mio maestro e oltretutto traduttore perché io non conoscevo la loro lingua. Ben presto mi resi conto che per quello che avremmo dovuto fare, non sarebbero servite le parole ma solo una buona difesa contro gli attacchi dell’avversario che si aveva di fronte. Vi posso garantire che il mio sapesse il fatto suo. Non molto lontano il mio maestro stava combattendo con un suo pari di Dan, ma, per quel poco che riuscivo a vedere, se la stava cavando molto bene. Io ho combattuto con un ragazzo di pari cintura e alla fine dell’incontro, durato trenta minuti, sicuramente i più lunghi della mia vita, mi proclamarono vincitore. Il mio maestro vinse invece per Ko.

Rimanemmo otto giorni a Tokio poi si proseguì per la famigerata isola di Okinawa. Lì ci aspettava un maestro molto bravo, amico del mio. Arrivati all’aeroporto, vidi un ragazzo che teneva in mano un grande cartello con su scritto (ricordo ancora le parole): “Ben tornato a Okinawa maestro Milletti”. Mi accorsi subito che in quell’isola fossero tutti molto cortesi. Fummo trattati con gentilezza e affetto. Feci amicizia con molte persone del villaggio tra le quali i ragazzi della scuola di arti marziali dove ci portarono per il nostro allenamento. La lezione nel dojo, a dir poco spettacolare per come allestito, veniva svolta in perfetta armonia, senza gelosie né rancori da parte dei ragazzi del corso. Se non comprendevo il meccanismo di qualche tecnica, erano loro i primi ad aiutarmi a eseguirla in modo perfetto.

La cosa più entusiasmante era che il Karate Okinawa fosse basato molto sullo stile degli animali, praticamente quello che avevo svolto per sei anni con il mio anziano maestro, che porto ancora nel cuore. Compresi perché il mio maestro attuale fosse tanto bravo nel Karate Okinawa come pure nella vita quotidiana. Scoprii che in quell’isola era uno dei migliori allievi del Gran Maestro e il più bravo tra i maestri del posto. Al momento della partenza eravamo molto tristi, poiché, nonostante avessimo fatto altre vacanze in passato, non ce n’era mai stata una come quella. La sera prima della partenza, i ragazzi del villaggio ci fecero una meravigliosa sorpresa, organizzando una magnifica cerimonia di saluto e di augurio per un pronto ritorno nell’isola. La mattina seguente la stessa persona che tanto gentilmente era venuta a prenderci, ci riaccompagnò all’aeroporto. Diversamente dall’arrivo, se ne andò piangendo per il distacco, come del resto anche noi. Facemmo scalo a Tokio e risalimmo sul volo che ci avrebbe riportato in Italia.

Mi colpì che mentre all’andata si parlava e scherzava, al ritorno nessuno dei due disse una parola. Era evidente che entrambi avevamo lasciato una parte di noi in quella piccola isola del Giappone. Tornati a casa, ricominciammo la solita vita, lavoro di giorno e palestra di pomeriggio e sera. Qualche volta si usciva per fare qualcosa di diverso ma niente di particolare. Un giorno, mentre cenavamo, il maestro mi disse che doveva dirmi una cosa che sicuramente mi avrebbe fatto star male. Si sarebbe trasferito con sua moglie in Inghilterra, in quanto il suocero necessitava di assistenza poiché malato. Suppongo possiate immaginare cosa provai in quel momento. Fu come una coltellata dritta al cuore: l’unico vero amico che avessi si sarebbe trasferito per sempre. Mi sentii così male che nei giorni successivi evitai di parlarne. Gli ultimi giorni della sua permanenza tornammo sull’argomento. Fu lui a iniziare dicendo che dopotutto l’Inghilterra distava solo tre ore di aereo dall’Italia e che ci saremmo potuti vedere ogni due mesi se avessi voluto.

Non mostrai il mio dispiacere per non farlo sentire in colpa. Conoscevo le ragioni della sua partenza, però era la terza volta che rimanevo senza maestro e la cosa cominciava a pesarmi. In realtà mi pesava di più che la grande amicizia, iniziata cinque anni fa, fosse destinata a finire da lì a qualche giorno. Partimmo insieme per l’Inghilterra rimasi con lui una settimana. Passò molto velocemente mio malgrado. Il lunedì mi accompagnò all’aeroporto di Londra. Pioveva a dirotto come se il tempo sapesse che quel giorno le circostanze avrebbero distrutto l’amicizia tra due fratelli di vita. Poche furono le parole. Mi disse: “Lontani eppur così vicini, fino all’ultimo tramonto”. Io risposi che in quel momento mi trovavo costretto a lasciare il fratello che avevo sempre desiderato, ma che l’avrei tenuto con me, nel mio cuore, per l’eternità. Ci abbracciammo talmente forte che i nostri cuori parvero scoppiare. Poi ci salutammo e, senza voltarci indietro, proseguimmo ognuno per la propria strada.

Iniziai la mia prima esperienza come insegnante di Kung-fu dopo la partenza di Emidio per l’Inghilterra. Tenni il primo corso a Fiano Romano. I primi tempi eravamo in pochi.

Non tutti ne erano a conoscenza, fino a quando mi decisi a buttare giù una “reclame”, come si direbbe dalle nostre parti. Di colpo ottenni un cambiamento: dopo un mese gli iscritti arrivarono a trenta. Nonostante fossi molto felice di come stessero andando le cose, dentro di me qualcosa non andava. Stavo trascurando la cosa più importante, stavo dimenticando il consiglio del mio maestro, seguire un certo tipo di insegnamento, ossia codificare diversi modi di combattimento di svariati animali. Tra i miei primi problemi vi fu quello di assegnare un nome al mio stile e alla mia scuola, ma dopo molti giorni di riflessione lo trovai. Poiché quel nome sarebbe rimasto per sempre, per me decidere ebbe la stessa importanza che possa avere per dei genitori scegliere il nome del proprio figlio. Il nome da me scelto fu: “Accademia delle discipline orientali – Golden Dragon”.

Selezionai i diversi tipi di combattimento dei vari stili di arti marziali, iniziando dal Kung-fu, proseguendo con Judo, Aikido, Jeet - Kune - Doo, Boxe ecc. Non mi limitai a studiare solo i metodi di combattimento ma anche l’allenamento, la corrente spirituale-religiosa, le armi utilizzate. Giunsi alla conclusione molto importante che ogni disciplina possedesse il proprio fascino e la propria efficacia. Una disciplina non è superiore all’altra. È l’impegno a rendere uno stile efficace nel combattimento, sono il sacrificio e la costanza nell’allenamento a dare la ricompensa. Dall’arte praticata si avranno indietro una certa sicurezza interiore e un’ottima autodifesa. Contemporaneamente a questo studio, fatto di libri e allenamenti in diverse palestre italiane, mi capitava di tornare spesso nella terra madre dello stile che stavo studiando, collezionando amicizie e allacci ai quali rivolgermi in caso di eventuali viaggi di ritorno. Avendo una maggiore conoscenza in quel campo, per merito del mio maestro, impostai il mio stile al sessanta per cento sul Kung-fu. Sin da piccolo ero stato affascinato dagli animali, dal loro modo di combattere, al fine di sopravvivere ogni giorno.

Comprai dei documentari in cui venivano rappresentate scene di combattimento di vari animali. Li studiai nei minimi dettagli e ne scelsi cinque: l’Aquila, l’Orso, il Cobra, l’Airone e la Tigre. Tale scelta fu per me appagante e allo stesso tempo mi diede motivi di preoccupazione. Non riuscivo a entrare in sintonia con il modo di combattere di ciascun animale, non trovavo la chiave giusta che mi permettesse di essere in armonia con lo spirito degli animali scelti. Decisi di fare una tregua e me ne andai qualche giorno in vacanza sulle sponde del Lago del Salto (qui passai spesso dei fine settimana intensi e pieni di vita con il mio maestro cinese: pescavamo e naturalmente praticavamo le forme del Kung-fu). Una volta arrivato, montai la tenda e mi attrezzai per poter passare lì la notte e i giorni seguenti. Finalmente mi misi a pescare ma il mio unico pensiero restava come codificare le forme degli animali che avevo scelto per la mia Accademia. Una parte di me mi ripeteva di essere lì per rilassarmi e pescare, ma proprio quando stessi cominciando a darle retta posai lo sguardo sulla collina di fronte: due aquile stavano combattendo. Entrai in un’altra dimensione, svanì tutto il resto, rimanemmo le aquile e io. Le osservavo, erano spettacolari; la grinta, il volteggiare in combattimento erano eccezionali.

Rapito dalla visione, arrivai a immedesimarmi con esse e sentii dentro di me una voce che mi diceva: “Se vuoi capire il modo di combattere di un animale devi far parte di esso a tutti gli effetti, devi liberare il tuo spirito per far sì che si unisca a quello dell’animale: solo allora potrai essere un’Aquila. Rispettali e diverrai parte di essi e finalmente combatterai come loro”. Quella voce non mi era nuova: era lo spirito del maestro Goo Feng che mi guidava dall’alto. Le due Aquile svanirono come per magia. Quel posto per me divenne sacro poiché aveva dato la risposta al mio problema. Restai per nove giorni e quando tornai a casa avevo le idee chiare su come svolgere la mia prima forma codificata. Cominciai dalla forma dell’Aquila. Sentivo il dovere di simulare una danza di ringraziamento per l’Aquila in quanto parte ispiratrice
della mia prima forma. Chiamai la danza “cerimoniale di ringraziamento per lo spirito dell’Aquila”. Iniziai ad assemblare le prime tecniche di combattimento. Non fu facile ma ci riuscii perfettamente. Fui costretto a inventare degli appositi colpitori per allenarsi sulle tecniche, vista la potenza richiesta nell’esecuzione di questo modo di combattere, efficace e affascinante.

Cominciai a intendere l’insegnamento in una nuova ottica e mi accorsi che in palestra le lezioni migliorarono. Il mio insegnamento aveva come scopo non solo quello di insegnare l’arte marziale come autodifesa, ma soprattutto quello di indicare la via da seguire per approdare al dominio di se stessi e alla pace interiore che donano all’uomo la tranquillità che gli consente di vivere meglio. Nella mia scuola la lezione si esegue in perfetta armonia, senza entrare in competizione gli uni con gli altri. Non è importante per me chi sia il più forte bensì chi si impegna e dà tutto se stesso. Come maestro, garantisco che si possono raggiungere ottimi risultati.

Qui di seguito ho cercato di sintetizzare le regole da seguire nella scuola come pure nella vita quotidiana. Se rispettate, tali regole permetteranno di raggiungere l’armonia con se stessi e con gli altri. Sto parlando di: fedeltà, pazienza, amore, umiltà.

Fedeltà. Siate fedeli al dojo, al vostro maestro, al Raeshi, alla vostra forza di vivere e di continuare a combattere i problemi del mondo.
Pazienza. È una virtù molto difficile da mantenere ma un guerriero che ne è privo è come un albero senza radici: il primo vento lo scaraventa al suolo. Sii paziente come il Cobra che fissa la sua preda.
Amore. Inteso come voglia di essere presenti nelle cose di ogni giorno, nella vita di artista marziale. Senza amore non riuscirai a sconfiggere il tuo nemico interiore e resterai sempre un guerriero senza gambe e senza braccia.
Umiltà. Un guerriero senza umiltà è come un Cobra senza veleno, terribile alla vista ma innocuo in azione. Sii umile e vedrai, capirai la via dell’ultimo tramonto.

Queste regole sono molto difficili da rispettare perfino per me che le ho scritte, ma assicurano un buon futuro a chi le segue. Non so neanch’io il motivo di questa autobiografia, forse per soddisfazione personale, o forse perché se un domani riuscissi a pubblicarla amerei che le persone, leggendola, si rendessero conto di che bene prezioso sia la vita per poterla gettare via, conducendola in maniera sbagliata e disordinata, per poi accorgersi d’un tratto di essere giunti alla fine di questo magnifico viaggio e non esserselo goduto per colpa dell’orgoglio, la gelosia, l’ipocrisia e tutte quelle cose che arrecano dolore agli altri ma soprattutto a se stessi. Se venissi a sapere che una persona, attraverso il mio libro, fosse divenuta consapevole della vita, saprei di non aver sprecato il mio tempo e se avvenisse dopo la mia morte, allo stesso modo, saprei di non essere vissuto invano.

Un ringraziamento particolare va a mio padre Fabio Zozzi che mi ha dato l’opportunità
di realizzarmi in questa disciplina eccezionale, grazie ai suoi sacrifici e ai suoi preziosi consigli che solo un padre meraviglioso come lui poteva darmi.

Maestro fondatore e caposcuola della Golden Dragon Romano Zozzi


 

Attualmente il Maestro Zozzi Romano insegna arti Marziali in varie palestre della Sabina e in provincia di Roma a Fiano Romano via tiberina presso la palestra della scuola dell’infanzia.

Per informazioni contattare il Maestro 3313025680-3347099490

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